| “Ogni trasformazione implica una perdita, quindi dolore. È stato
Baudelaire in versi famosi a dirci che la forma di una città muta
più in fretta dei sensi e del cuore di chi la abita e la vede
cambiare. La perdita e il dolore vengono allora per noi leniti soltanto
dalla memoria, più propriamente dalla nostalgia; ma, visto il
moto asincrono nel cambiamento tra noi e la città, siamo sempre
costretti ad inseguire un fantasma che ci scappa davanti; questo fantasma è precisamente
la proiezione di noi stessi, e il dolore per i cambiamenti dell’ambiente
che ci circonda è lo specchio del dolore che ci assale quando
pensiamo a ciò che fummo o a ciò che avremmo potuto essere.
Tutti pensieri in fondo futili, ma inevitabili. E poi la memoria inventa,
si sa. Il problema è che non inventa tutto” (S. Franceschini
dal catalogo)
Renato Bencini (San Casciano Val di Pesa 1928 – Prato 1993) comincia
a fotografare subito dopo la guerra. Nel 1950 si trasferisce a Prato
dove apre poco dopo lo studio in via Manassei (poi ampliato su corso
Mazzoni). Per quarant’anni documenta con metodo e passione il costume,
l’arte, la società, la politica, l’economia di Prato.
Negli anni Settanta allarga il suo campo d’interesse aprendo la
galleria Centro d’Arte di Prato poi Centro d’Arte Bencini
che per un decennio ospiterà esposizioni, individuali e collettive,
di artisti italiani e stranieri, e di giovani talenti locali. Con Armando
Meoni, scrittore pratese, realizza due libri – Prato Viva e La
mano di Prato – di cui cura la parte fotografica. |