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Invito

Stefano Manfredini

Gromace

Archivio Fotografico Toscano

8 novembre - 5 dicembre 2003

"Gromace" è il nome con il quale vengono indicati in serbo-croato i filiari di muri a secco che, distendendosi per la lunghezza di chilometri, caratterizzano il paesaggio di due isole del Golfo del Quarnaro: Veglia e Arba.
Qui è dato di imbattersi anche in piccoli mucchi di sassi che paino pinnacoli emersi dal suolo.
La creazione dei "gromace" risale a secoli lontani e la loro disposizione in paesaggi inviolati possiede, al di là del significato peraltro oscuro, una forte carica di suggestione.
Non paragonabili ai grandi complessi megalitici di altre località e tradizioni culturali, essi mostrano ugualmente come la pietra possegga qualità straordinarie in grado di soddisfare quella che sembra essere una necessità dell'uomo manifestatasi in forme diverse in altre parti del mondo e epoche: lasciare segni sul luogo di appartenenza e stabilire con esso un legame profondo.

Stefano Manfredini è nato nel 1963 a Reggio Emilia, dove vive e lavora. La lunga passione per la forografia registra una svolta nel 1997, quando l'incontro con un grupo di fotografi riunito attorno a Vasco Ascolini lo porta a intendere la fotografia come un lavoro di ricerca. Nel 2001 ha esposto il suo primo lavoro in bianco e nero, Zoografia. Sue fotografie sono conservate presso la Bibliothéque Nationale de France a Parigi, il Musèe Reatuu di Arles, il Museo della Fotografia di Brescia, il Musèe de la Photographie di Charleroi, dove ha esposto recentemente.

Le fotografie di Stefano Manfredini, frutto di una ricerca condottatra il 2000 ed il 2001, ci mostrano i "gromace" attraverso il filtro di un grande senso formale. La visuale di ripresa che egli sceglie permette di seguirne lo snodarsi lungo i declivi o di porne in evidenza l'isolamento, cogliendo di volta in volta la consonanza con il terreno, l'orizzonte, le isole circostanti. Il bianco e nero delle stampe che mette in evidenza il biancheggiare dei massi e la traccia scura delle loro ombre contribuisce a trasferire nelle immagini la forza con cui essi di fanno segni nel paesaggio.
Diversamente dalle fotografie di Ansel Adams e dei suoi allievi per i quali una pietra sembra divenire simbolo di tutte le pietre del mondo in una sorta di sentimento panico della natura, qui ogni sasso è inseparabile dagli altri, e tutti solidali con il luogo dove sono posati.

 

© Archivio Fotografico Toscano - Comune di Prato