Lungofiume. Descrizione e lettura fotografica dell'area fluviale
del Bisenzio
A cura di Sauro Lusini
Questo fascicolo dei Quaderni di AFT, numero sette della nuova
serie, contiene i risultati di una ricerca letteraria e fotografica che
ha riguardato il Bisenzio là dove il fiume attraversa la città
di Prato. I testi letterari sono di Gianni Cascone, Cristina Dozza, Sandra
Querci e Paola Rosati dell’associazione Grafio, le fotografie di
Giacomo Badiani e Mario Chieffo. Il testo introduttivo di Sauro Lusini.
Il territorio preso in esame e che fa da sfondo alla ricerca, letteraria
e fotografica, è il tratto di fiume dove il Bisenzio attraversa
la città di Prato. Negli ultimi tempi l’intera area è
stata al centro di un’operazione di recupero che ha trasformato
un luogo inospitale e inosservato, comunemente ritenuto poco salubre,
in uno spazio molto frequentato, con propri arredi urbani. La pista pedonale-ciclabile
e alcuni altri interventi ne fanno oggi per molti pratesi il passeggio
alternativo al centro storico, punto di transito per chi giornalmente
si sposta, a piedi o in bicicletta, per lavoro o per diporto, da un capo
all’altro della città, ma al tempo stesso un modo diverso
di vivere il rapporto con essa, di meglio conoscerla e apprezzarla, di
riappropriarsi di un spazio da sempre conosciuto ma mai veramente vissuto.
Il progetto di “de-scrizione” e “lettura fotografica”
del quale vengono presentati i risultati elaborati nell’arco di
un anno è stato ideato congiuntamente dall’associazione Grafio
per la parte che riguarda la produzione dei testi e dai fotografi Giacomo
Badiani e Mario Chieffo per la parte che riguarda le immagini.
L’interesse di chi ha promosso la ricerca non era tanto quello di
documentare un luogo o di testimoniare una trasformazione e enfatizzare
uno iato - natura e industria, campagna e città, progresso e tradizione,
caos e calma, confusione e silenzio - seguendo percorsi più o meno
segnati dalla presenza dell’uomo, quanto piuttosto di dare corpo
e spazio alle sensazioni e alle emozioni che il luogo, per le sue stesse
caratteristiche, provoca in un sotteso gioco dialettico che vede al centro
l’individuo e ne riscopre, nel contatto con la natura, la dimensione
più genuina di soggetto, le intime aspirazioni e fantasie liberate
da lacci a pastoie. Esemplari in questo senso le storie costruite dagli
autori dei testi letterari che rappresentano e interpretano l’area
fluviale: storie minime, di uomini e di donne, di grandi e di piccini,
impastate di quotidianità e per questo più vere e autentiche,
storie di noi tutti più che storie per noi tutti, storie di individui
abbandonati dalla sorte e di persone che la vita ha spinto ai margini,
storie di altri e di diversi, storie comunque umane che si collocano esattamente
lungo quella sottile linea che separa e segna la differenza non già
per sottolineare un contrasto o un rifiuto ma per riscoprire una dimensione,
forse più autentica, del vivere e del convivere.
Ai racconti fanno da controparte le fotografie di Giacomo Badiani e Mario
Chieffo, secondo un gioco sottile di rimandi, mai direttamente dichiarato
che dà corpo e materia al succedersi di sensazioni e di emozioni.
A loro modo anch’esse narrano una storia che ognuno di noi, guardandole,
liberamente interpreta e traduce. Scarne e minimali le fotografie di Giacomo
Badiani che sfrutta per intero la ricca tavolozza dei colori di cui la
natura dispone e fa sfoggio nei suoi momenti di più esplosiva creatività,
malamente imbrattata forse dagli interventi inopportuni dell’uomo;
più costruite ma ugualmente spontanee quelle di Mario Chieffo che
fissano nella sintesi del fotogramma, singolo o in sequenza, tempo, movimento
e velocità creando fugaci sensazioni, ombre che l’occhio
percepisce e l’obiettivo registra a livello di impressione, ma non
mette a fuoco, annullando ogni riferimento al tempo e alla materia per
tradursi in simbolo e in evocazione: macchie più o meno definite
di colore come i tratti di pennello sulla tela di un impressionista.
Dal dialogo equilibrato di testi e immagini deriva “un flusso di
senso per cui chi guarda, osservando le immagini, trova una loro amplificazione
semantica nelle scritture e viceversa. In sintesi: alla scrittura è
affidato quel senso che la visione non può esaurire e all’immagine
quello che la scrittura non può esprimere”.
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