Enrico Castelli 
Tra
fotografia e antropologia culturale vi è sempre stato uno stretto rapporto,
in genere però squilibrato a favore della seconda. Ora la situazione è
in parte cambiata e la fotografia ha assunto un ruolo di co-protagonista
sia nella raccolta dei dati sia nella loro rielaborazione e, soprattutto,
nella "interpretazione" della realtà osservata. I quattro autori presentati
in successione (Enrico Castelli, Davide Virdis, Antonio Mannu, Mario Chieffo)
offrono diversi possibili approcci, anche per la loro specifica collocazione
professionale, ma rivelano un elemento comune importante: la capacità
di cogliere con il loro obiettivo la realtà antropologica nel suo divenire.
Enrico Castelli è nato a Roma nel 1947. Docente di antropologia visuale
presso l'Università di Perugia, ha realizzato documentari video in Africa
(Hodi Mlalugoma 1990) e in Umbria (Appunti di museologia postmoderna 1993)
ed è curatore di numerose mostre (Immagini & Colonie, la più nota
di esse, è stata a Perugia nel 1998, Bologna e Torino nel 1999, Roma nel
2000). Dal 1993 è direttore del Centro di documentazione Tamburo Parlante
di Montone (Perugia). Come fotografo ha realizzato varie mostre a soggetto
africano: Africa oggi (Bastia Umbra 1996); Eritrea 1995: appunti di viaggio
(Perugia 1996); Foundations of the Konso Hall Museum (Istituto di Cultura,
Addis Abeba 2000).
A partire dal 1999 Enrico Castelli è il promotore di un progetto di museo
della cultura Konso, nell'Etiopia meridionale. Le fotografie presentate
dall'Archivio Fotografico Toscano rappresentano una selezione di quelle
realizzate nell'ambito di quel progetto messo a punto dal Dipartimento
Uomo e Territorio dell'Università di Perugia, in collaborazione con il
Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, il Ministero
degli Affari Esteri e le locali autorità etiopiche. Il progetto, come
dichiara lo stesso Castelli, prevede una forte partecipazione dei Konso
in tutte le fasi progettuali ed esecutive. Questa scelta - antropologicamente
corretta - si riflette evidentemente anche nelle fotografie che non sono
mai immagini "rubate" bensì sempre il risultato di una interazione fra
il fotografo ed i partecipanti che in un certo senso "guidano" essi stessi
l'obiettivo. Il percorso espositivo si rivela così un graduale "disvelarsi"
delle comunità e della cultura dei Konso i quali realmente si "mettono
in scena" e, così facendo, sembrano essi stessi "riscoprire" la propria
storia e identità, e insieme acquisire coscienza della loro attuale condizione
caratterizzata da una percepibile tensione fra tradizione e modernità.
Una tensione che non si manifesta in segnali di rottura quanto piuttosto
negli evidenti segni di una continuità culturale che rivela la capacità
di "governare il cambiamento". È interessante a questo riguardo riflettere
sulle immagini che raccontano il passaggio generazionale del potere -
momento centrale della ritualità sociale, in cui simbolicamente si fondono
la continuità e il cambiamento. È stata proprio la presenza dell'antropologo/fotografo
a fungere da "catalizzatore" - come dice lo stesso Castelli - favorendo
la ripresa di senso di un evento rituale che fattori politici esterni
alla comunità avevano compromesso. Le tre sezioni in cui si articola la
ricerca (Tradizione - Modernità - Sincretismi) riassumono quella realtà
in movimento e permettono di percepirne l'intrinseca coerenza, al di là
delle apparenti possibili contraddizioni. Se si tiene nel giusto conto
il fatto che il rilevamento fotografico è stato eseguito nell'ambito del
progetto di museo, si può cogliere un'altra (non secondaria) funzione
delle immagini. In passato la fotografia, nei musei etnografici, aveva
la sola funzione di cercare di "contestualizzare" gli oggetti esposti;
in questo caso invece le immagini "sono" in un certo senso esse stesse
il museo; e che esse abbiano saputo rappresentare una realtà nella sua
dinamicità, è un ulteriore motivo di interesse. Era infatti tempo che
l'antropologia visuale, e in particolare la fotografia etno-antropologica,
divenisse davvero strumento di analisi e non mera raccolta di dati visivi.
The ninth issue was printed on the occasion of the exhibit
curated by Paolo Chiozzi: Enrico Castelli, Images for a museum 1999-2000.
10-30 november 2001.
There has always been a close relationship between photography
and cultural anthropology, and it is usually tilted in favor the latter.
Now the situation has changed somewhat and photography is a co-protagonist
in collecting and presenting data. But above all it, it plays a primary
role in "interpreting" the situations. The four photographers that are
going to be presented (Enrico Castelli, Davide Virdis, Antonio Mannu,
Mario Chieffo), with their specific professional roles, offer various
approaches but they all reveal a significant common element: the ability
to capture anthropological reality as it unfolds.
Enrico Castelli was born in Rome in 1947. Professor of
visual anthropology at the University of Perugia he has shot video documentaries
in Africa (Hodi Mlalugoma 1990) and in Umbria (Appunti di museologia postmoderna
1993). He has curated several exhibits (Immagini & Colonie, the most
famous one, was held in Perugia in 1998, Bologna and Turin in 1999 and
Rome in 2000). Since 1993 he is the director of the Centro di Documentazione
Tamburo Parlante, Montone (Perugia). As a photographer he has held various
shows on African themes: Africa oggi (Bastia Umbra 1996); Eritrea 1995:
appunti di viaggio (Perugia 1996); Foundations of the Konso Hall Museum
(Cultural Institute, Addis Ababa 2000).
Since 1999 Enrico Castelli has been promoting a project
in southern Ethiopia for a museum of the Konso culture. The photographs
presented by the Archivio Fotografico Toscano are a selection of those
taken within the context of this program created by the Dipartimento Uomo
e Territorio of the University of Perugia in cooperation with the Museo
Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari of Rome, the Ministry for Foreign
Affairs and the local Ethiopian authorities. This program, as Mr. Castelli
has stated, calls for intensive participation on the part of all Konso
in each planning and developmental phase. This anthropologically correct
decision is also - and obviously - reflected in the photographs that are
never "stolen" pictures. Rather, they are the result of interaction between
the photographer and the participants who, in a certain sense, "guide"
the lens. Thus the exhibition becomes a gradual "unveiling" of the Konso
culture and community; it is the people themselves who go on stage, as
it were and by doing so they rediscover their history and identity. In
the process they acquire an awareness of their current state that is characterized
by a perceivable tension between tradition and modernity. It is a tension
that is not manifested in signals of a break, but in the evident signs
of a cultural continuity that reveals the ability to "govern change."
In this regard it is interesting to reflect on the pictures that tell
the story of the generational transfer of power - a central moment in
the social ritual in which continuity and change merge symbolically. It
was the presence of the anthropologist /photographer that acted as the
catalyst, as Mr. Castelli said, by favoring the "capture" of the meaning
of a ritual event that political factors external to the community had
compromised. The three sections of this project (Tradition - Modernity
- Syncretism) summarize this reality-in-motion and make it possible to
perceive its intrinsic coherency beyond any apparent contradictions. If
we take into proper consideration the fact that the photographs were taken
within the context of the museum project, we can understand another (and
by no means secondary) role of the pictures. In the past, in ethnographic
museums, photography had the mere function of seeking to place the displayed
items into a context. In this case the pictures "are" the museum, and
the fact that they have succeeded in showing a dynamic reality is yet
another point of interest. It was time for visual anthropology, and specifically
ethno-anthropological photography, to become a tool for analysis and not
a simple instrument for collecting visual data. |