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Peppe MaistoMostra Collegata al Quaderno

CopertinaPeppe Maisto, architetto e fotografo, è nato a Portici nel 1957. Svolge attività di ricerca e didattica presso le facoltà di architettura di Napoli e Siracusa. Vive e lavora a Napoli.

Peppe Maisto (Portici, 1957) architect and photographer does research and teaches at the schools of architecture in Naples and Siracusa. He lives and works in Naples.

Approdi, tra busalla e napoli, attraverso la Rete, 6 febbraio 2003
Intervista di Emanuele Piccardo a Peppe Maisto

EP L'approdo è il luogo della partenza e dell'arrivo. Cosa significa nella tua ricerca?
PM ... partire, arrivare. È vero, la parola approdo accende immediatamente l'idea dell'azione, del mutamento, del transito. Ma l'approdo del mio "racconto" è il luogo dello stare. Il luogo dell'incrocio di chi arriva e di chi parte, di quel fugace momento dell'incontro o del saluto. È il luogo dove si materializzano le memorie di luoghi lontani, a volte visti, spesso solo sognati.
È l'opera di ingegno, sul margine, sul confine, tra elementi primi della natura. È l'architettura leggera, generata dalla stabile calma della terraferma e la fluttuante forza del mare. Strutture che si decompongono. Architetture che non durano che il tempo di una stagione. Ma che si riproducono ogni volta sempre uguali eppur sempre diverse. L'approdo è la scala, la misura, tra il lontano ed il vicino.
Certo questo è il mio "racconto" di un luogo, il litorale di Augusta, attraverso una chiave di lettura, un tema: l'approdo. _E questo non esclude altri possibili racconti, altre interpretazioni, più dinamiche o più suggestive. Altri racconti.
EP Quando tu parli di luogo dello stare, mi viene in mente il concetto di tempo per un fotografo, tempo mentale per sedimentare un luogo, uno spazio...
PM Raccontare storie con le immagini è, per me, nel mio lavoro, un doppio stare. È quello del cogliere con lo sguardo e quello del sedimentare. Entrambi i momenti hanno a che fare con il vedere. Con il fare i conti con la memoria. E le suggestioni, le immagini e le storie che questa conserva. La differenza è nella consapevolezza e nell'elaborazione.
Nel momento in cui "registri", non sai cosa precisamente ti ha costretto in quel punto. Ad assumere quel punto di vista. Non razionalizzi le emozioni. Non c'è un prima, non c'è un dopo. Sei lì, in quel momento, solo, in quel luogo.
Dopo, davanti a tutti quei "momenti" fissati su carta, elabori una storia. Un racconto fatto di immagini in successione, capace di restituire i ricordi, le suggestioni, ma anche i rumori, gli odori, di quel transito in quel luogo. Ed è la stessa storia che ogni singola fotografia vuoi che racconti.
Sei di nuovo lì, con una consapevolezza diversa. Con un'emozione, come dici tu, sedimentata.
EP "Credo che le immagini di paesaggio possano presentarci tre verità: la verità geografica, quella autobiografica e quella metaforica. La geografia di per se stessa a volte è noiosa, l'autobiografia spesso banale e la metafora può essere equivoca" ha affermato Robert Adams nel suo volume Beauty in Photography (1981). Quanto può incidere la fotografia sui comportamenti sociali contemporanei?
PM Non lo so! Non so risponderti con competenza.
Pierre de Fenoyl ha scritto che essere fotografi vuol dire materializzare una visione poetica della realtà. E alcuni maestri hanno saputo dimostrarcelo.
Qualche giorno fa con lo scrittore Gianni Celati abbiamo parlato della sua amicizia con Luigi Ghirri e con lo storyteller John Berger. Del loro mostrarsi con le proprie fragilità. Del loro riuscire a raccontare storie epiche e poetiche seppur intime e personali.
E allora, forse, le tre verità di Adams, riescono a non essere noiose, banali o solo equivoche se, incrociandosi, offrono "visioni poetiche".
In una recente conferenza, Bernardo Atxaga, il principale scrittore e poeta di lingua basca, ha detto che per ricostruire l'identità e la memoria di un popolo bisogna "percorrere" mappe sentimentali, letterarie, geografiche. Forse se la fotografia può avere un ruolo in questa società, è quello di salvare dall'oblio non l'immagine dei luoghi, ma la capacità di guardare i propri luoghi cercandone e mostrandone la fragile "bellezza".
Una mia amica, Cecilia, oggi, al telefono, mi ha letto la frase con la quale si chiude Le città invisibili. Mi piace riproportela perché mi sembra un invito a riconoscere e condividere il senso della parola bellezza.
Dice il Gran Kan: tutto è inutile, se l'ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: l'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui. L'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Landing sites, between busalla and naples, over the Web, 6 february 2003
An interview by Emanuele Piccardo with Peppe Maisto

EP A landing site is the point of departure and arrival. What does it mean in your work?

PM ... leaving, arriving. It's true, the landing site, the harbor, immediately fires the concept of action, of change, of transit; in my "story" it is the place of being, the meeting point for those who are arriving and those who are leaving, that fleeting moment of the greeting and the good-bye. It is the place where the memories of distance places – sometimes actually seen, more often merely dreamt – materialize.
It is the work of the mind, on the borderline between nature's primary elements. It is the light architecture, generated by the stable calm of dry land and the fluctuating power of the sea. Structures that deconstruct. Architectures that do not last. The harbor is the scale, the measure between far and near.
Obviously, this is my "story" of a place, the Augusta coast, presented through a key, a theme: the harbor. And this does not exclude other, more dynamic, more suggestive stories, or other interpretations.

EP When you talk about being, I think of the concept of time for a photographer, a time for the mental acquisition of a place, of a space...

PM Telling stories through pictures is for me, in my work, a dual being. It is capturing with the gaze and enabling a process of sedimentation. Both moments have to do with vision, coming to terms with memory, and the ideas, images and stories it contains. The difference is in the awareness and the elaboration.
At the instant you "record", you don't exactly know what made you do it at that point, what made you assume that viewpoint. You don't rationalize your feelings. There is no before, there is no after. You are there, in that instant, alone in that place.
Later, with all those "moments" fixed on paper, you develop a story. A tale made of images in sequences that can bring back the memories, suggestions and even the sounds and odors of passing through that place. And it is same story that each photograph wants you to tell.
You are back there again, with a different awareness. With a feeling which, as you say, has become a sediment.

EP In his book Beauty in Photography (1981) Robert Adams says that images of landscapes can present three truths: geographic truth, autobiographical truth and metaphorical truth. Geography, per se is boring, autobiography often banal, and metaphor can be ambiguous. How much of an impact can photography have on contemporary social behavior?

PM I don't know! I cannot answer with competence.
Pierre de Fenoyl wrote that being a photographer means realizing a poetic view of reality. Some masters have proved that.
A few days ago, the writer Gianni Celati and I were talking about his friendship with Luigi Ghirri and the storyteller John Berger. Of how they reveal themselves through their weaknesses. How they succeed in telling epic and poetic stories that are intimate and personal. Perhaps, Adams's three truths, by coming together, are able to overcome the boredom, banality or the mere ambiguity and offer "poetic visions".
In a recent lecture, Bernardo Abxaga, the main Basque writer and poet, said that in order to reconstruct the identity and memory of a people you must go through emotional, literary and geographic maps. If photography can play a role in this society it may be that of saving from oblivion not the picture of the place, but the ability of seeing one's places, of seeking and revealing their fragile beauties.
Today, my friend Cecilia read me the passage that concludes The Invisible Cities.

Said the Grand Kahn: everything is futile if the final harbor can only be the infernal city, it is there that the current pulls us in an ever tighter spiral.
And Polo: the inferno of the living is not something that will be; if there is one, it is already here. It is the inferno that we live in every day, that we create being together. There are two ways not to suffer. The first is easy for many: accept the inferno and become part of it until you no longer see it. The second is risky and requires constant attention and learning: try to know and recognize who and what, in the midst of the inferno, is not infernal and make it last, give it space.

 

© Archivio Fotografico Toscano - Comune di Prato