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L’antropologo Paolo Mantegazza, amico di Carlo Brogi e primo
presidente della Società Fotografica Italiana, parlando della fotografia,
ne sottolinea tra gli elementi di novità e di interesse, per il
progresso della conoscenza e della storia dell’umanità, il
suo carattere democratico. Traducendo, si potrebbe sostenere che con questo
egli intendeva dire che essa si prestava ad essere praticata da tutti,
che tutti erano nella condizione di comprenderla a prescindere da differenze
di etnia, di lingua e di cultura, che l’obiettivo fotografico ritrae
indifferentemente tutti senza distinzione i ceto e rango sociale.
Non vi è dubbio che l’avvento della fotografia ha significato
molto sul piano storico. Non si vuole ovviamente sostenere che essa si
sta la causa che ha indotto le trasformazioni sociali e il processo di
democratizzazione in atto a partire dall’Ottocento, ma la fotografia
è stata lo strumento idoneo a coglierne e valorizzarne gli aspetti
che con questo processo hanno attinenza. Di fatto essa ha significato
la comparsa sullo scenario della storia di soggetti e situazioni che fino
a quel momento ne erano stati esclusi. Significative in tal senso le indagini
sociali e di denuncia promosse e documentate dalla fotografia.
Il testo di Stefano Viaggio che viene pubblicato in questo fascicolo,
continuazione di un suo precedente articolo apparso sul numero 445 di
AFT, è significativo proprio nella misura in cui coglie e mette
in evidenza, sul piano del metodo e dei contenuti, i rapporti tra fotografia
e storia, al di là delle semplici notazioni di costume.
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